La serie televisiva tratta dal libro di John Grisham ha inquietanti coincidenze con il caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano.

La serie televisiva “The Innocent Man” è un film documentario in sei puntate del genere “true crime story”.

Il docu-film è stato pubblicato su Netflix nel dicembre del 2018. Si occupa di due casi di omicidio – due femminicidi per l’esattezza – avvenuti nella città statunitense di Ada, in Oklahoma.

Il primo caso è del 1982: l’omicidio, una sera, di una giovane donna, Debbie Carter, 21 anni. che viveva da sola. 

Gli assassini, è stato accertato, erano due. Debbie è stata torturata, violentata e uccisa. 

Il suo corpo è stato sfregiato nel modo più offensivo che possa accadere a una donna.

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Dennis Fritz, a sinistra, e Ronnie Williamson all’udienza che ne sancisce l’innocenza e ordina la scarcerazione

Il secondo caso è del 1984: l’omicidio di un’altra giovane donna, Donna Denice Haraway, 24 anni, sequestrata di sera nel bar dove lavorava da tre giovani di sesso maschile.

Per il caso di Debbie Carter, del 1982, sono stati prima condannati e 12 anni dopo scagionati – grazie al Dna – Ronnie Williamson e Dennis Fritz.

Ronnie Williamson è morto cinque anni dopo la scarcerazione anche a causa delle conseguenze che la prigionia ingiusta ha prodotto sul suo fisico e sulla sua psiche.

Per il caso di sequestro e omicidio di Donna Denice Haraway, del 1984, sono stati condannati all’ergastolo Tommy Ward e Karl Fontenot.

Quest’ultimo è stato rilasciato nell’autunno del 2020, a seguito dell’inchiesta su come è maturata la sua condanna al carcere.

Anche Tommy Ward è stato giudicato non colpevole, nei mesi scorsi, da un tribunale statunitense. Ma un ricorso del procuratore generale in Oklahoma, contro la scarcerazione di Ward, lo tiene ancora dietro le sbarre.

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Karl Fontenot, a sinistra, e Tommy Ward, nel 1984, durante l’interrogatorio in cui vengono fatti confessare un delitto mai commesso

Sul caso di Debbie Carter e dei due condannati (poi scagionati) Ronnie Williamson e Dennis Fritz, nel 2006 John Grisham ha scritti il libro inchiesta The Innocent Man: Murder and Injustice in a Small Town. Il libro è tradotto anche in italiano.

Come Grisham ricorda in un’intervista che compare nella serie televisiva The Innocent Man, quel suo libro è l’unico testo – della quarantina di libri che ha pubblicato nella sua carriera – a non essere un romanzo.

Grazie alla scelta di un libro-inchiesta e alla serie televisiva su Netflix The Innocent Man, i due casi di omicidio – di Debbie Carter e Donna Denice Haraway – hanno avuto una vasta eco nella pubblica opinione americana. E in quella internazionale.

La recensione della serie Tv “The Innocent Man”

Sono due gli articoli di un certo interesse che possiamo leggere in italiano sulla serie televisiva, trasmessa sulla piattaforma streaming di Netflix, di The Innocent Man.

Scrive il magazine FilmTv: “L’unico libro non di finzione di John Grisham è spunto per questo documentario true crime di Netflix che ripercorre due casi di omicidio degli anni ‘80; ma soprattutto cerca di affrontare questioni cruciali legate al sistema giudiziario americano”.
Qui puoi leggere la presentazione che FilmTv fa della serie televisiva sui casi di Ada.

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Fa notare invece FilmPost che “Guardando il trailer potrebbe sembrarvi simile ad un altro prodotto Netlfix dello stesso tenore, Making a Murderer. Entrambi infatti si basano sulla cattiva condotta della polizia nelle indagini, con la conseguente incriminazione di persone innocenti”.
Qui puoi leggere l’articolo di FilmPost sulla serie televisiva sui casi di Ada.

Non vi sono, almeno in italiano, recensioni degne di nota. Forse a significare che il tema trattato – quello di una giustizia che non funziona perché è lontana dalla scienza – poco interessa i critici cinematografici e televisivi italiani.

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Il tema del giusto processo e delle indagini di polizia condotte con scrupolo, rigore e imparzialità, dovrebbe invece interessare tutti noi cittadini. E gli stessi inquirenti che hanno a cuore la qualità del loro lavoro.

Al di là dell’interesse per l’uccisione di due giovani donne – che tocca sul piano umano prima ancora che sollecitare la curiosità su quanto avvenne – è importante fissare i nodi che la serie Tv The Innocent Man mette a nudo.

Il primo nodo è quello dell’accuratezza delle indagini: la raccolta di tutti gli elementi utili a comprendere cosa accadde alla vittima.

Il secondo nodo è quello dello studio della vittima (la “vittimologia”, di cui si occupa la criminologa Laura Baccaro).

Solo comprendendo la vittima di un crimine, e ricostruendo con precisione le sue ultime ore, è possibile arrivare a tracciare il profilo dell’offender.

Il terzo nodo è la scelta di scoprire – con tecnica investigativa e supporto scientifico – “il colpevole” e non “un (presunto) colpevole”.

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Il quarto nodo, comune a tutte le ricerche anche in ambito scientifico, è il riferimento etico di chi fa investigazione e inchiesta:

  • il cercare e produrre elementi a carico e a discarico di un certo sospettato;
  • la raccolta e l’inventario esaustivo delle prove e dei reperti raccolti;
  • l’informazione corretta, completa e priva di pregiudizi a beneficio della difesa di un sospettato;
  • l’impegno a tentare di falsificare le ipotesi accusatorie, per accertare se resistono alla critica;
  • il rispetto della persona sospettata;
  • il giusto processo a carico dell’imputato su cui gravano concreti indizi di colpevolezza o addirittura prove indubitabili;
  • Il quinto nodo è costituito dai diritti della difesa della persona sospettata o imputata. Il poter essere messa a conoscenza dei fatti, dei dati scientifici e l’avere la possibilità di indagare e di studiare sia i reperti, che i documenti; e di interrogare i testimoni.

Recensione - The Innocent Man - Innocente - blog Il Biondino della Spider Rossa - Agenzia Corte&Media - scena del crimine

Il sesto nodo è quello della Scienza. Dalla Medicina Legale agli accertamenti sui reperti raccolti, dall’esame psicologico (ove richiesto) sullo stato mentale dell’imputato al momento del crimine fino alle indagini di laboratorio: tutto questo richiede un rigore di metodo che ha nella Scienza il suo punto di riferimento.

In quest’ultimo quadro, il concetto dello iudex peritus peritorum, che tanto ha tenuto banco e viene invocato, non ha fondamento.

Il giudice è un giudice anche nell’arbitrare le diverse posizioni scientifiche su una certa vicenda o accadimento, Non è un super-esperto dotato di magici poteri.

Le carenze dell’indagine e la corruzione nella polizia di Ada

La serie televisiva The Innocent Man non è soltanto la ricostruzione precisa di quanto accadde a Debbie Carter, nel 1982, e a Donna Denice Haraway, nel 1984, nella cittadina di Ada, in Oklahoma.

Quanto mostrato e dimostrato nel docu-film tramesso da Netflix riguarda anche e soprattutto le carenze nelle indagini di polizia sulle due vicende.

La sgradevole conclusione che se ne trae è che la polizia ha cercato di incastrare, per ogni singolo caso giudiziario, due coppie di amici, ciascuno dei quali era portatore di una sua qualche sua problematica.

Nel mirino, come spesso accade, sono finiti i più deboli. Non i più forti.

In entrambe le vicende, gli inquirenti sono ricorsi alla fantasiosa narrazione degli eventi, fatta “confessare” – con un qualche sotterfugio – dai presunti colpevoli.

La polizia ha quindi scelto di evitare di ricercare la verità sostanziale dei fatti e i reali colpevoli.

Perché la polizia di Ada ha agito in quel modo? Perché il procuratore distrettuale, Bill Peterson, che ha condotto l’accusa in tribunale ha avallato quel modo e quelle conclusioni del fare indagine?

La risposta che dà The Innocent Man è nella corruzione e nei legami con la droga che albergavano fra i poliziotti di Ada.Recensione - The Innocent Man - Innocente - blog Il Biondino della Spider Rossa - Agenzia Corte&Media - investigatori

Gli investigatori che hanno indagato sui due casi di Ada (Oklahoma, 1982 e 1984) creando le “confessioni” di imputati non colpevoli, ma comunque poi condannati

Gli inquirenti statunitensi non hanno cercato i veri colpevoli, perché gli assassini delle due giovani donneDebbie Carter e Donna Denice Haraway – erano collusi e complici di poliziotti nello spaccio di droga.

Di qui, il nascondere agli avvocati della difesa pacchi di documenti; il pilotare le testimonianze; il far “confessare” gli indagati con ricostruzioni di comodo, fino ad arrivare a farli condannare al processo.

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Il procuratore distrettuale, Bill Peterson, il grande accusatore di quattro innocenti

Ronnie Williamson è stato salvato, grazie all’esame del Dna trovato sulla scena del crimine di Debbie Carter, a cinque giorni dall’esecuzione della condanna a morte.

Dennis Fritz, condannato all’ergastolo, è stato invece salvato da una carcerazione a vita che, si è visto, era senza fondamento.

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Dennis Fritz (a sinistra) e Ronnie Williamson, scagionati da ergastolo e pena di morte grazie al Dna

Tommy Ward, condannato per il caso di Donna Denice Haraway, è invece ancora in carcere perché non vi sono esami del Dna che lo possano scagionare.

Paradossalmente, la violenza sessuale su Debbie Carter, nel primo caso, ha evitato che un uomo venisse ucciso dalla giustizia americana senza colpa alcuna.

Il dolore della giovane Debbie Carter ha in qualche modo evitato un ulteriore delitto. A pagare, anche qui, i più deboli: una donna e un paio di giovani dalla dubbia reputazione.

Mentre, nel caso di Denice Haraway, le condanne di Tommy Ward e Karl Fontenot sono più difficili da contestare, nonostante una ricostruzione logica e rigorosa dei fatti li ponga fuori del perimetro degli assassini.

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Tommy Ward ha scontato 35 anni di carcere per l’omicidio di Donna Denice Haraway (avvenuto nel 1984). Si dichiara ancora innocente

“The Innocent Man” e il caso Sutter-Bozano

Quali sono i punti in comune fra i due casi criminali trattati in The Innocent Man e il caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano?

Vediamoli uno per uno, con l’avvertenza che ci limitiamo al modo in cui sono state condotte le indagini.

Non diamo giudizi sulle motivazioni degli inquirenti a non indagare in altre direzioni, che non fossero quella a senso unico di Lorenzo Bozano.

Né possiamo affermare che le carenze nell’indagine di polizia una posizione di innocenza da parte di Lorenzo Bozano.

Chi legge questo blog, sa che non sono in alcun modo “innocentista”. Anzi, come cittadino ho coloriture colpevoliste.

Come studioso, invece, mi debbo confrontare con carenze d’indagine, manomissioni di fatti e situazioni, falsità scientifiche a livello medico legale che mi inchiodano allo scetticismo sulla colpevolezza di Lorenzo Bozano.

Bozano ha trascorso 43 anni in carcere. A suo carico, va detto, c’è un “alibi inconsistente”. Ma non è l’assenza di alibi che può condannare un imputato.

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Sono almeno due le piste trascurate dagli inquirenti, guidati dal capo della Squadra Mobile di Genova.

La prima pista è quella di “Claudio My Love”, il giovane di cui si era invaghita Milena Sutter. Una voce interessante da ascoltare, a prescindere dal suo possibile coinvolgimento.

Il rapporto di Polizia e Carabinieri – sottoscritto a inizio agosto 1971 – afferma il falso quando sostiene che Milena non ha intrecciato amicizie negli impianti sportivi che frequentava il sabato.

Grazie al libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media che ho scritto con Laura Baccaro, criminologa e psicologa giuridica, sappiamo che proprio in via Galli, a Genova, agli impianti sportivi, Milena ha conosciuto Claudio.

Chi è Claudio? Nessuno degli investigatori, dei magistrati, degli avvocati e degli amici di Milena che ho ascoltato ne sa nulla.

Qualcuno conosce l’identità di Claudio. Almeno due persone lo ricordano benissimo, ma si ostinano a negare. Perché lo fanno? se Claudio non c’entra nulla? Perché lo fanno? se Claudio sa qualcosa e può fare luce sulla vicenda di Milena?

Va infatti ricordato – ce lo racconta il giudice istruttore, Bruno Noli, nella sua sentenza che profuma di storytelling – che non è stato accertato il luogo, il modus operandi e l’ora esatta in cui Milena ha incontrato la morte.

Non so dare una risposta. Come possano fare i conti con la loro coscienza – coloro che sanno cose –  è un mistero che mi è insopportabile. Lo confesso.

La seconda pista trascurata è quella di “Maria” – nome di comodo – ovvero la donna, nata probabilmente nel 1957, che nel 1996 telefona alla trasmissione “I Grandi Processi”, su Raiuno.

La trasmissione è condotta dai giornalisti Sandro Curzi e Franca Leosini. “Maria”, così viene soprannominata l’anonima spettatrice che telefona in diretta, parla di un “Biondino Svizzero”.

Un “Biondino Svizzero” che avrebbe, con un amico, tentato di usare violenza a Maria, nel 1970, un anno prima della morte di MIlena. E che sarebbe vissuto in un appartamento a nemmeno cento metri dalla Scuola Svizzera di via Peschiera, a Genova.

Dal linguaggio usato, dai dettagli raccontati, da un riscontro che ho avuto – nel 2017 – da altra fonte, possiamo affermare che “Maria” non appare come una mitomane.

Non posso affermare che sia una fonte attendibile oltre ogni ragionevole dubbio, ma certo è da ascoltare.

Se “Maria” legge questo articolo, può farsi viva contattando la psicologa giuridica Laura Baccaro.

C’è poi una terza pista, interessante e inquietante. Mai battuta nonostante qualche testimonianza resa al giudice istruttore la lasci intravedere; e nonostante sia stata indicata sia da un medico legale che da un interessante testimone genovese.

Su questa pista, però, non mi voglio addentrare.

Lorenzo Bozano - imputato processo sul caso Milena Sutter

Come può notare chi ha letto il libro Il Biondino della Spider Rossa e ha visto la serie televisiva The Innocent Man, fra i casi di Ada (in Oklahoma) e il caso di Milena Sutter vi sono molte assonanze.

I nodi investigativi e giudiziari sono gli stessi:

  • investigazione in un’unica direzione;
  • piste d’inchiesta trascurate;
  • deficienze scientifiche nella parte medico-legale;
  • reperti e testimoni ignorati (si pensi all’amica del cuore di Milena);
  • testimoni di comodo, smentiti dalla logica e dai fatti;
  • ricostruzioni dei delitti fantasiose e “stressate” per incastrare la persona sospettata, anziché ricercare la verità

Credo che Debbie Carter, Donna Denice Haraway e Milena Sutter – tre splendide giovani donne scomparse nel pieno della loro vita – meritino ciò che ciascuno di noi, credo, al loro posto vorrebbe.

Le vittime non cercano vendetta. Non cercano clamore. Non vogliono una caccia alle streghe.

Le vittime chiedono solo la verità. La verità sostanziale dei fatti e di ciò che è loro accaduto.

Questo le vittime meritano: la verità. Questo The Innocent Man e gli studi di ProsMedia sul Caso Sutter-Bozano hanno come obiettivo.

Maurizio Corte
www.corte.media

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