La vicenda di Milena Sutter presenta lati poco chiari. Ecco altre dieci “situazioni confuse” del dramma genovese.

Di sicuro c’è solo che è morta, scrivevo nel primo articolo sui “50 imbrogli contro la verità” sul caso della ragazzina scomparsa, e poi deceduta, a Genova nel maggio del 1971.

Per quel caso è stato condannato all’ergastolo Lorenzo Bozano.

Non so se Bozano sia davvero coinvolto o meno nella sparizione di Milena Sutter.

Di certo, alla luce dei 50 imbrogli di cui parlo in questi articoli a 50 anni dalla vicenda, il cosiddetto “biondino della spider rossa” – che biondino non era – ha avuto una condanna sproporzionata.

Un autorevole giornalista genovese, Cesare G. Romana, scomparso non molto tempo fa, anni addietro – quando lo chiamai a Milano per un suo parere su un aspetto della vicenda Sutter – definì Bozano il “presunto assassino” di Milena.

Dopo i primi dieci imbrogli – intesi come “grovigli”, “vicende confuse e complicate” – eccone altri dieci.

Lascio a te lettore il giudizio. Da parte mia, non sono mai stato innocentista – lo ribadirò più volte – ma come studioso un certo numero di domande me le pongo.

E le risposte, come cittadino, mi preoccupano alquanto.

Milena-Sutter-Rapimento-e-omicidio-Lavoro-Genova-6-maggio-1971 -

Qui sopra, nella prima pagina del Corriere Mercantile, quotidiano del pomeriggio di Genova, possiamo leggere la notizia della morte di Milena Sutter.

Viene subito accreditata la versione dell’uccisione della ragazzina di origini svizzere. Non solo, si parla addirittura di “strangolamento”. Eppure non vi sono segni evidenti di violenza sul corpo.

Vi sono soltanto due segni sul collo che non saranno mai analizzati a fondo, con analisi di laboratorio.

Sul piano scientifico, stante i rilievi riportati nella perizia medico-legale, è impossibile in così poche ore fissare causa, giorno e ora del decesso in un corpo rimasto a lungo in acqua.

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Caso Sutter-Bozano: scopri gli altri 10 imbrogli

Gli inquirenti del Caso Sutter: imbroglio numero 11

Secondo una voce circolata a Palazzo di Giustizia di Genova, e finita sui giornali, il pubblico ministero, Nicola Marvulli, magistrato di grande talento che divenne nel 2001 presidente della Corte di Cassazione, avrebbe raccolto la confidenza su una presunta confessione di Lorenzo Bozano al suo avvocato difensore, Francesco Marcellini.

La domanda da porsi fa venire i brividi: quella (presunta) confidenza del legale di Bozano ha condizionato la lettura della vicenda di Milena Sutter da parte del pubblico ministero?

L’inchiesta sul caso della ragazzina scomparsa a Genova nel maggio 1971 è stata condotta dal giudice istruttore, Bruno Noli

Preciso e attento magistrato, Bruno Noli non approfondisce la pista di “Claudio My Love” – il giovane di cui parla Milena nel suo diario personale.

Il giudice Noli non tiene conto neppure delle evidenze medico-legali (le ipostasi, ad esempio, sul corpo della vittima).

Non lo fa, ad esempio, quando ricostruisce la presunta aggressione e la presunta uccisione volontaria e premeditata di Milena Sutter, da parte di Lorenzo Bozano.

Il caso della ragazzina genovese e la posizione di Bozano, nella fase di inchiesta, sono stati affrontati nel modo corretto?

Oppure vi è stato un pregiudizio che ha condizionato la lettura del caso e la sua presentazione in Corte d’Assise, al processo del maggio 1973? 

Cold Case - Medicina Legale - Sequestro e omicidio Milena Sutter - 1971

I giudici dei processi contro Lorenzo Bozano: imbroglio numero 12

La perizia medico-legale dei professori Franchini e Chiozza sul decesso di Milena Sutter, stando a ben cinque medici legali che ho consultato, non ha fondamento scientifico.

I medici legali a cui mi sono rivolto sono studiosi, in alcuni casi, di livello internazionale e sono tutti dotati di indubbia competenza. 

Quei medici hanno letto la perizia del 1971 su cause e ora della morte di Milena Sutter senza che io li pagassi.

Hanno prestato il loro tempo – e a loro sono grato – in nome della Scienza e della Medicina Legale.

Ho poi intervistato altri cinque medici-legali, su quesiti particolari. Fra questi ho inserito anche due collaboratori del professor Franchini, che assistettero all’autopsia sul corpo della vittima.

Ho infine letto i pareri sulla perizia di Franchini e Chiozza espressi dai professori Pierluigi Baima Bollone, nel 1992, e Franco Introna, a inizio degli anni ottanta.

Quest’ultimo, a Genova al tempo del Caso Sutter, ebbe uno scontro durissimo con il professor Franchini, proprio su quanto il consulente del Tribunale di Genova aveva scritto in perizia.

Nel libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, il professor Daniele Rodriguez, già ordinario di Medicina Legale all’Università di Padova, va oltre la mera analisi della perizia.

Rodriguez analizza le dichiarazioni in sentenza dei giudici, sia del processo di primo grado a Bozano e sia dell’appello.

Inoltre, il professor Rodriguez si sofferma sulla logica con cui i periti Franchini e Chiozza traggono le conclusioni dall’analisi del corpo della vittima.

Risultato? Le conclusioni di Franchini e Chiozza non hanno una linea logica. Essi traggono inferenze arbitrarie, infondate, da premesse che pure sono frutto di attenta analisi e basate sull’esame della vittima.

Quanto ai giudici dei processi, gli estensori delle sentenze – anche di quella che assolve Lorenzo Bozano, nel 1973 – vi aggiungono loro considerazioni che non hanno alcuna giustificazione: identificano, ad esempio, nello strozzamento il modo in cui la vittima sarebbe stata uccisa.

I conti, su questo punto, non tornano. In perizia emerge, infatti, che sul corpo di Milena Sutter vi sono due segni, peraltro mai approfonditi con esami istologici, di un afferramento al collo

Un afferramento al collo, con quei due segni, può al massimo provocare – con una stimolazione del nervo vago – un arresto cardiaco. Non può far parte di un’azione omicidiaria volontaria; e tanto meno premeditata.

Perché è importante questo punto? Perché la differenza fra lo strozzare una persona e l’afferrarla al collo è la stessa differenza che vi è fra un omicidio volontario e un omicidio preterintenzionale.

La differenza si traduce in due condanne diverse: a un certo numero di anni di carcere (afferramento al collo, omicidio che va oltre le intenzioni dell’offender) oppure all’ergastolo (omicidio volontario premeditato).

Il dubbio che sorge, leggendo i pareri dei medici legali che ho consultato e intervistato, è inquietante: Lorenzo Bozano è stato condannato all’ergastolo per un omicidio volontario che non c’è mai stato.

Quant’anche fosse coinvolto nella morte di Milena Sutter, il cosiddetto “biondino della spider rossa” non sarebbe quel rapitore e quel “killer” che i giornali ci hanno presentato.

Yara Gambirasio e Milena Sutter - il dramma di Brembate di Sopra e di Genova

Il vuoto sulla telefonata del “rapitore”: imbroglio numero 13

“Se volete Milena viva, 50 milioni prima aiuola Corso Italia”.

E’ il messaggio, scandito, dal (presunto) rapitore la mattina del 7 maggio 1971.

Dal pomeriggio del giorno prima è sparita Milena. Alla casa dei Sutter, dov’è presente un maresciallo di Pubblica Sicurezza e due auricolari per ascoltare eventuali telefonate, arriva la chiamata.

E’ stata data disposizione, da parte del magistrato di turno, Nicola Marvulli, perché il telefono dei Sutter sia messo sotto controllo.

Dalla sala di ascolto della Questura tutto è pronto, con i registratori a bobine, per ascoltare eventuali rapitori che dovessero chiedere un riscatto.

L’idea del rapimento – certo fondata – nasce dal fatto che la famiglia della vittima è ricca.

Arturo Sutter ha un’azienda con centinaia di addetti, produce cera per i pavimenti e prodotti per la pulizia delle scarpe.

Arriva la telefonata, ma il registratore – un Geloso a nastro raccolto in bobine – si inceppa. 

La telefonata non viene quindi registrata. Non viene neppure intercettata la fonte da cui parte la chiamata.

Un non meglio precisato “guasto tecnico” impedisce di registrare la telefonata.

Siamo certi che l’uomo che ha telefonato sa cos’è successo a Milena Sutter: la notizia della sparizione della ragazzina, infatti, è nota solo a pochi famigliari e amici. 

La notizia non è ancora di dominio pubblico.

Nelle annotazioni sulle conversazioni intercettate dal telefono di Casa Sutter viene segnato che il nastro delle intercettazioni, gestito dalla Questura di Genova, ha inizio intorno alle ore 23 del 6 maggio 1971.

Di fatto, però, le trascrizioni delle intercettazioni cominciano nella tarda mattinata del 7 maggio. C’è un buco di una dozzina di ore almeno.

Non solo. Nessuno si è mai preoccupato di confrontare la voce di Lorenzo Bozano – arrochita dal troppo fumare, di un timbro particolare – con quella ascoltata dal maresciallo di Pubblica Sicurezza quando chiama il “rapitore”.

Lo stesso maresciallo, Luigi Calanchi, afferma che la frase al telefono fu ripetuta tre volte, scandendo le sillabe. E che sembrava un disco registrato.

Nessuno si è mai posto il problema se Lorenzo Bozano avesse un registratore per incidere su nastro il messaggio.

Nessuno si è chiesto, poi, se Bozano avesse un registratore che fosse in grado di riprodurre il messaggio stando in un telefono pubblico, dovendosi pensare che la telefonata non sia partita da una casa privata.

Gli aspetti, cruciali e dirimenti, della telefonata, come del resto quelli della perizia medico-legale, non sono stati verificati, approfonditi e tematizzati a dovere.

Né in sede di istruttoria. E neppure al processo di primo e di secondo grado.

In sostanza, Lorenzo Bozano – coinvolto o meno che sia – è stato giudicato un rapitore e un assassino sulla base di dati non scientificamente né in via fattuale verificati.

Rapimento Milena Sutter - richiesta riscatto - Genova - Biondino Spider Rossa - IlBiondino.Org

I mancati controlli dopo la telefonata del “rapitore”: imbroglio numero 14

Il (presunto) rapitore di Milena Sutter telefona e dice alla famiglia della vittima che se vuole Milena viva deve, in sostanza, consegnare 50 milioni nella prima aiuola di Corso Italia.

L’analisi della telefonata, e l’argomentazione su quanto io consideri il “rapimento” una messinscena, li tratto nel libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media, scritto con la criminologa Laura Baccaro.

Qui voglio far notare l’altro imbroglio, inteso come matassa confusa e intricata.

Il capo della Squadra Mobile, Angelo Costa, che dirige le indagini, non manda alcun agente a controllare la prima aiuola di Corso Italia, a Genova.

In un vaso di fiori, posto al centro della carreggiata, sabato 8 maggio 1971 verrà trovata la borsa della scuola di Milena

La borsa, lo si saprà dopo, era stata peraltro notata da un passante già alle ore 13.30 di venerdì 7 maggio.

Come mai la polizia non è intervenuta a controllare Corso Italia? 

Il capo della Squadra Mobile, al processo di primo grado, dà una sua spiegazione.

Dice Angelo Costa che non si volevano mettere in allerta i rapitori, mostrandosi a fare controlli sulla prima aiuola.

Non era poi chiaro da quale parte fosse la prima aiuola.

Di fatto, stando ai numeri civici, la prima aiuola è proprio quella in cui verrà trovata per caso da un passante la borsa della scuola di Milena.

Solleciti, pronti a intervenire a fronte di tutte le telefonate fatte a Casa Sutter, impegnati con tutto sé stessi, gli investigatori – a cominciare dal capo della Squadra Mobile – sottovalutano la telefonata e l’indicazione dell’aiuola di Corso Italia.

Di fatto, Costa per primo non crede alla telefonata; e non crede al rapimento per denaro. Sente di essere di fronte a un depistaggio, come dimostra una sua dichiarazione ai giornali, resa nei giorni successivi.

Il commissario Costa, si badi bene, è un uomo di grande fiuto, esperienza e visione strategica delle indagini. 

Da parte sua, il sequestratore non si fa più vivo

Prima chiede una cifra ridicola: 50 milioni di lire, a fronte dei 200 chiesti nell’ottobre 1970 per un altro rapimento a Genova.

Poi il “rapitore” non si preoccupa più di richiamare per concordare il pagamento e pretendere i soldi in cambio della ragazza sequestrata.

Ci vuole molta fantasia per considerare tutto questo un vero rapimento.

Seguendo il manuale di investigazione di un’agenzia federale si alta qualificazione – la statunitense FBI – non è difficile arrivare a definire tutto questo un’azione di “staging”. Ovvero,

una messinscena.

Sempre l’FBI ci insegna che la messinscena, in un delitto, si attua per distogliere l’attenzione da ciò che davvero è accaduto.

Cold Case Milena Sutter - Sequestro e omicidio - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

L’amica del cuore mai ascoltata: imbroglio numero 15

Ricapitoliamo le mancanze sul piano investigativo:

  • non ci si preoccupa di individuare chi è il Claudio di cui Milena parla nel suo diario;
  • non ci si preoccupa di controllare la prima aiuola di Corso Italia, a Genova, dove il “rapitore” avrebbe detto di portare 50 milioni di lire;
  • non si approfondisce la pista del rapimento per motivi di denaro, tanto che anche il capo della Squadra Mobile, Angelo Costa, avanza pubblicamente dei dubbi dopo alcuni giorni dalla sparizione di Milena;
  • non si va a fondo nelle relazioni amicali e di conoscenza della vittima

Il vuoto investigativo più sorprendente, però, riguarda l’amica del cuore di Milena Sutter: Isabelle viene interrogata per giorni e giorni, convinti che sappia la verità su quanto è successo a Milena.

Gli avvocati di Parte Civile arriveranno a definirla, nella memoria preparata per il processo d’appello a Lorenzo Bozano, nel 1975, una “complice involontaria di Bozano”.

Isabelle, amica di Milena Sutter, viene tratta come una ragazzina di 15 anni non può e non deve essere trattata. Intimorendola, angosciandola, addossandole il sospetto che sappia chissà quale verità.

Cosa succede, però, al processo contro Bozano? Al processo, Isabelle non viene chiamata a testimoniare.

Il motivo ora lo sappiamo, e non depone a favore degli inquirenti.

Al processo, l’amica di Milena avrebbe fatto tre affermazioni capaci di mettere alle corde la pubblica accusa in modo irreparabile:

  • “Milena non sarebbe mai salita sull’auto di Lorenzo Bozano”;
  • “Lorenzo Bozano non l’ho mai conosciuto e neppure Milena può averlo conosciuto”;
  • “Se Milena avesse avuto appuntamento con qualcuno, quel giorno, me l’avrebbe detto”

L’ipotesi di un rapimento di Milena Sutter con la forza, in pieno giorno e in una zona frequentata, non è mai stata sostenibile. Né mai è stata sostenuta dagli inquirenti.

Le alternative erano due:

  • Milena è salita sull’auto di Bozano perché i due si conoscevano;
  • Milena è salita sull’auto di Bozano perché invitata da un volto familiare e perché “di fretta”.

Le affermazioni sicure, precise e convinte dell’amica del cuore della vittima avrebbero fatto crollare il castello di accuse e la storia raccontata dal giudice istruttore.

E’ per questo – viene da chiedersi – che la Corte d’Assise d’Appello di Genova, nel 1975, rigetta la richiesta dell’avvocato difensore di Bozano, Giovan Battista Gramatica, di chiamare a testimoniare Isabelle?

E come mai gli avvocati di Parte Civile, che tanto insistono sul ruolo di Isabelle nella memoria per l’appello, invitando a chiarire la sua posizione, alla fine tacciono?

Cold Case - Medicina Legale - Milena Sutter - Cause della Morte

La rinuncia della Medicina Legale al suo ruolo: imbroglio numero 16

Dopo aver ascoltato numerosi medici legali e aver sentito smentire, sul piano scientifico, la perizia su ora e cause della morte di Milena Sutter, ho cercato qualcuno che difendesse quella perizia.

Ho trovato due assistenti del professor Aldo Franchini, autorevolissimo studioso di livello internazionale. E uno dei padri della Medicina Legale in Italia.

Sui testi di Franchini hanno studiato magistrati, avvocati, medici.

I due assistenti di Franchini mi hanno concesso un’intervista ciascuno, da loro poi riletta e approvata.

Tutti e due escludono che la morte di Milena Sutter sia frutto di un omicidio volontario premeditato.

Tutti e due credono alla colpevolezza di Lorenzo Bozano, sulla base degli indizi raccolti dagli inquirenti.

Tutti e due gli assistenti di Franchini, che parteciparono come allievi del maestro all’autopsia, credono a un omicidio a sfondo sessuale.

Tutti e due ritengono che l’omicidio di Milena Sutter, per mano di Bozano, sia frutto di un’azione che è andata oltre le intenzioni dell’autore del reato.

In sostanza, quello di Milena Sutter – a loro dire – è un omicidio preterintenzionale. Non vi è stata premeditazione, né volontarietà.

“Gentile assistente di Franchini, allora Lorenzo Bozano è stato condannato al fine pena mai per un reato che non prevede l’ergastolo?”, ho chiesto loro.

La risposta è stata che “la parola spetta al giudice, che ha il quadro di tutto il caso”.

Sommiamo questi elementi:

  • i deficit logici della perizia dei medici legali del Tribunale di Genova;
  • la rapidità (solo qualche ora) con cui la morte di Milena Sutter viene classificata come omicidio avvenuto lo stesso giorno della sparizione (il 6 maggio 1971);
  • le aggiunte fatte dai giudici in sede di sentenza su come la morte sia stata cagionata

Il risultato che abbiamo è uno soltanto: la rinuncia della Medicina Legale e della Scienza alla propria autonomia, con una scelta di asservimento al potere giudiziario.

Non era possibile stabilire causa e tempo della morte di Milena a poche ore dal ritrovamento del corpo in mare; e a due settimane dalla scomparsa.

La notizia, subito diffusa dai giornali, fa sospettare che i medici legali si siano piegati – foss’anche in buona fede – a una tesi utile agli inquirenti.

A rimetterci sono la verità sostanziale dei fatti e i diritti di noi cittadini.

Rapimento Milena Sutter - Interrogatorio Lorenzo Bozano - IlBiondino.org

I falsi indizi: imbroglio numero 17

Qualcuno ha scritto che sono stati 44 gli indizi contro Lorenzo Bozano. Altri parlano di 42 indizi. Una montagna, insomma.

Come ha rilevato nell’arringa al processo di primo grado, l’allora avvocato di Lorenzo Bozano, Silvio Romanelli, rivolto al pubblico ministero e alla Parte Civile: “Agli indizi ci avete girato intorno, avete svicolato”.

Vediamo quattro indizi importanti che, però, non hanno fondamento:

  • le soste in via Peschiera, vicino alla Scuola Svizzera;
  • la cintura da sub;
  • la macchia d’orina;
  • il piano di rapimento

Le soste in via Peschiera non provano che Lorenzo Bozano volesse rapire Milena Sutter.

Bozano si voleva far notare così tanto da Milena – a detta dei magistrati inquirenti – che neppure l’amica del cuore della ragazzina, Isabelle, l’ha mai visto.

Gli orari della presenza di Bozano vicino alla Scuola Svizzera, oltretutto, non coincidevano con quelli di Milena e Isabelle.

Lorenzo Bozano ha fatto soltanto un grave errore: negare quelle soste, per paura di autoincriminarsi.

Sono nel 2010, per la prima volta, ha rivelato pubblicamente – in una telefonata che mi ha fatto – quelle soste in via Peschiera.

Quanto alla cintura da sub, l’allora pubblico ministero Nicola Marvulli la considerava la “prova regina”.

La cintura da sub non è affatto una prova regina. Non è neppure una prova, a dire il vero: nulla collega quella cintura da sub a Lorenzo Bozano.

Si dice solo che, siccome a Bozano manca una cintura da sub compatibile con quella trovata sul corpo della vittima, allora la cintura rinvenuta con Milena Sutter è di Lorenzo Bozano.

Inconsistente come sillogismo.

La macchia d’orina sui pantaloni di Bozano non è in alcun modo attribuibile a Milena Sutter.

Di questo è convinto il professor Franco Tagliaro, la cui intervista compare nel libro Il Biondino della Spider Rossa. Crimine, giustizia e media.

Il professor Tagliaro va anche oltre. E contesta il valore scientifico delle analisi tossicologiche sul corpo della vittima; prefigurando scenari mai considerati dagli inquirenti.

Quanto al “piano di rapimento” scritto da Lorenzo Bozano, l’analisi grafologica fatta oggi dalla Scuola Grafologica Morettiana ci dice che il giovane era ubriaco nel momento in cui l’ha scritto.

Quest’ultimo dato collima con quanto sostenuto dal cosiddetto “biondino della spider rossa”.

Milena Sutter, Lorenzo Bozano, analisi dei media - sequestro e omicidio - Genova - processo 1973

Testimoni inattendibili: imbroglio numero 18

Il pubblico ministero, Nicola Marvulli, nell’intervista che mi concesse nel 2011, mi spiegò che gli inquirenti furono sopraffatti da decine di persone che volevano testimoniare contro Bozano.

Da parte sua, l’avvocato di Lorenzo Bozano, Silvio Romanelli, in una delle interviste che mi ha concesso sul caso, ha rimarcato come la difesa non abbia cercato di portare testimoni a discarico tanto per fare numero; e mettere in difficoltà con motivi pretestuosi la pubblica accusa, al primo processo del 1973.

E’ un dato di fatto che, al di là della buonafede e della correttezza dei testimoni chiamati a processo, sui giornali sono uscite testimonianze su presunti indizi contro Bozano, che poi si sono rivelate infondate.

C’è però una testimonianza che lascia perplessi in un punto preciso. E’ quella, toccante, del papà di Milena, Arturo Sutter, che parla della figlia in una delle prime udienze.

Dalle sue parole emerge l’amore di un padre, di una famiglia intera, verso quella generosa ragazzina dalla vita spezzata a soli 13 anni.

Quello che sconcerta è che la pubblica accusa domanda al padre di Milena se la figlia, al momento della scomparsa, aveva il ciclo mestruale.

E’ un dettaglio importante. Se così fosse, la macchia d’orina trovata sui pantaloni di Lorenzo Bozano – e considerata un indizio importante della morte violenta di Milena – non sarebbe in alcun modo attribuibile alla ragazzina. Non vi erano, infatti, tracce ematiche sulla macchia d’urina.

Il quesito da porsi qui è: quanto noi maschi, come padri, possiamo essere attendibili – specie nel 1971 quando vi era certo meno confidenza fra genitori e figlie – sul testimoniare a proposito del ciclo mestruale di una nostra figlia?

Non è una domanda che si fa alle madri, di solito? 

Grafologia e Tipi di Scrittura - il piano di sequestro scritto da Lorenzo Bozano - caso Milena Sutter -

I testimoni di comodo: imbroglio numero 19

C’è un fatto che mi ha sempre fatto pensare.

Su oltre 800 mila abitanti, tanti ne aveva Genova nel 1971, di cui oltre la metà donne, a notare Lorenzo Bozano – a loro dire – sul Monte Fasce sono proprio due donne.

Fin qui è normale: anche le donne vanno a passeggio in montagna. Ciò che è strano è fra tutte le donne di Genova, il cosiddetto “biondino della spider rossa”, o la sua spider, siano visti da due donne che lo conoscono. 

La coincidenza è quanto meno curiosa.

I casi sono due: o Lorenzo Bozano conosceva qualche decina di migliaia di donne, oppure c’è qualcosa che non torna in due testimonianze che tra l’altro sono poco compatibili.

La prima donna, Carla C., dice di averlo visto in un certo punto del Monte Fasce. Lei è in auto con con altri tre adulti, ma solo lei vede Bozano.

Eppure, nel tratto indicato dalla testimone Carla C. la strada non è larga. Una spider rossa sgangherata come quella di Bozano è difficile non notarla, stando alla guida. Eppure il guidatore dell’auto dove si trova Carla C. non vede l’auto sportiva.

L’altra testimone è sul Monte Fasce per appartarsi con un amico. Si chiama Pasqualina T. ed è figlia di un agente di Pubblica Sicurezza.

Dice di aver visto addirittura Bozano, oltre alla sua spider rossa, proprio mentre il giovane usciva da una stradina accidentata, che conduceva a una zona dove è stata trovata una fossa.

Entrambe le testimonianze sono funzionali al ritrovamento di quella fossa che a sua a volta si incastra bene con il verbo “seppellire” che compare, dopo il verbo “affondare”, nel piano di rapimento trovato nella stanza di Lorenzo Bozano.

Lascia perplessi l’aver considerato le due testimonianze attendibili e degne di nota. 

Non convince, poi, l’immagine di Lorenzo Bozano – che a quel tempo era uno scansafatiche, secondo le narrazioni fatte – il quale scava una fossa nel terreno pietroso.

Scava la fossa, salvo poi abbandonarla perché si sarebbe accorto di essere stato visto, senza che sulle sue mani vi siano tracce del lavoro con il piccone e il badile.

Non solo. E’ bizzarro che un pescatore subacqueo qual è Bozano, in una città come Genova pensi di nascondere il corpo di una vittima in una fossa in montagna.

C’è molto storytelling giudiziario in questo indizio del Monte Fasce.

Dubito, poi, della buona fede della testimone Pasqualina T. che dice di averlo visto. Ha mentito in più occasioni; e non è difficile pensare che sia stata in qualche modo influenzata da qualcuno nel raccontare del Monte Fasce.

Caso Milena Sutter - Lorenzo Bozano - libro Il Biondino della Spider Rossa sul sequestro e omicidio di Milena Sutter - blog ilbiondino.org - Agenzia Corte&Media Verona

Testimoni spudorati: imbroglio numero 20

Il caso di Milena Sutter ha avuto anche un “superteste”.

Al processo di primo grado, tale Antonio F. afferma di aver visto Milena e Lorenzo passeggiare assieme, in via Orsini, a Genova, vicino all’abitazione della vittima.

Quel teste viene subito smentito, quando colloca la sua visione in un periodo in cui Milena Sutter non era a Genova.

Da parte mia, ho scoperto che Antonio F. – scomparso in mare nel dicembre 1979 durante un nubifragio – aveva piccoli precedenti penali. E un procedimento giudiziario in corso.

Testi come Antonio F. – persone che sono in attesa di una pronuncia di un giudice o sono state già condannate per qualche reato – mi ricordano i testimoni di comodo di cui parla John Grisham in The Innocent Man, una serie televisiva su errori giudiziari accaduti negli Stati Uniti.

Recensione - The Innocent Man - Innocente - blog Il Biondino della Spider Rossa - Agenzia Corte&Media - scena del crimine

Caso Sutter e altri casi di imbrogli contro la verità

Vi è uno schema comune che fa assomigliare un caso del 1971, in Italia, come la vicenda di Milena Sutter e Lorenzo Bozano, e casi giudiziari accaduto molti anni dopo dall’altra parte del mondo.

Ecco i punti che ho trovato comuni:

  • la scelta di una tesi a prescindere dall’evidenza e dai fatti;
  • il puntare su un sospettato, creduto colpevole, senza porsi il problema che si tratti di “un” colpevole e non del “vero” colpevole;
  • lo stressare dati, fatti, numeri – talvolta manomettendoli – per dimostrare la tesi di cui ci si è innamorati;
  • la rinuncia al metodo scientifico: ipotesi, metodo di verifica e falsificazione, conclusioni;
  • l’ignorare tutto ciò che può mettere in crisi la teoria di partenza: dati di fatto, testimoni, piste alternative;
  • l’uso di testimoni che, seppur inattendibili o imprecisi, fanno comodo alla tesi di partenza;
  • l’uso di un qualche testimone che, in cambio di un vantaggio sicuro o sperato, testimonia il falso a beneficio della tesi iniziale;
  • la presenza di un Grande Narratore che, grazie anche al ruolo dei media, costruisce una storia avvincente e credibile per la pubblica opinione;
  • la possibile presenza di un Suggeritore, che resta nell’ombra e che – per un qualche suo motivo – ha interesse a far prendere alle indagini e alle narrazioni una determinata direzione

Sapremo mai la verità sostanziale dei fatti che videro Milena Sutter sparire e poi perdere la vita nel fiore degli anni giovanili?

Sono certo che la verità emergerà anche nel caso di Milena Sutter e Lorenzo Bozano. Perché la luce vince sempre sull’oscurità e il silenzio.

Maurizio Corte
corte.media

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