Dopo il rapimento di Sergio Gadolla, la città di Genova scossa dal caso della ragazzina di 13 anni.

Genova “capitale del crimine in Italia”. Così la città è stata definita, a inizio del 1971, dal procuratore della Repubblica, Carmelo Spagnuolo.

La dichiarazione del dottor Spagnuolo è preceduta da gravi episodi criminali accaduti a Genova. 

L’8 novembre 1970, Giuseppe Scioteri, un uomo del mondo della malavita, viene ucciso da un colpo di pistola nella sua auto in piazza De Ferrari.

Il 23 febbraio 1971, il barone Domenico Brutto irrompe nella clinica medica dell’ospedale di San Martino con due pistole. Uccide il figlio ammalato e due conoscenti. Rimangono ferite altre quattro persone. 

L’11 marzo 1971 due banditi rapinano sette milioni di lire in una banca di Cornigliano. 

Il 26 marzo Alessandro Floris, un fattorino dell’Istituto Autonomo Case Popolari, viene rapinato e ucciso mentre difende la borsa degli stipendi degli operai, circa sedici milioni di lire. Il colpevole è Mario Rossi, leader della banda XXII Ottobre, che viene arrestato il giorno stesso in via dell’Arcivescovado a Genova.

Il rapimento di Milena Sutter, 13 anni, il 6 maggio del 1971, rende ancora più pertinente il giudizio del procuratore Spagnuolo. 

Genova, per il procuratore, si riconferma “capitale del crimine”, visto che già nell’ottobre del 1970 vi era stato un altro sequestro di persona.

Sergio Gadolla, sequestrato il 5 ottobre 1970. Foto tratta da un quotidiano dell’epoca

Sequestro di Sergio Gadolla da parte della banda XXII Ottobre

È la mezzanotte del 5 ottobre 1970 quando quattro militanti del gruppo terroristico XXII Ottobre rapiscono Sergio Gadolla, secondogenito di una delle famiglie più ricche della città.

Il padre del ragazzo era un noto industriale genovese: imprenditore edile, proprietario di cinema e attivo anche nel mondo sportivo.

I rapitori prelevano Gadolla dalla sua abitazione e lo fanno salire su un’auto noleggiata.

Tre di loro portano il giovane in Val d’Aveto, una vallata tra Liguria ed Emilia-Romagna, dove sono state allestite due tende.

Il quarto rapitore effettua due telefonate alla madre, la signora Rosa Maggiolo in Gadolla, per rivendicare il rapimento e chiedere il riscatto di 200 milioni di lire.

L’incontro per il pagamento viene fissato il 7 ottobre, ma a Genova imperversano abbondanti piogge. Si decide così di posticipare al giorno seguente la consegna del riscatto.

Anche questo tentativo non va, però, a buon fine. La scarsa visibilità non consente ai sequestratori di agire al sicuro.

Il 9 ottobre 1970 avviene, infine, il pagamento del riscatto.

Come da accordi, la madre del ragazzo percorre la Genova-Ventimiglia e, a un preciso segnale luminoso, lancia la valigetta con il denaro.

Sergio Gadolla viene liberato all’indomani: è il 10 ottobre 1970.

Sergio Gadolla con la madre Rosa dopo la liberazione. Immagine tratta da un giornale dell’epoca.

Cos’è la banda XXII Ottobre

Le azioni criminali commesse a Genova, tra il 1970 e il 1971, sono riconducibili quasi tutte alla banda XXII Ottobre, costituita il 22 ottobre 1969.

Un gruppo terroristico che si autodefinisce rivoluzionario e di ispirazione politica di estrema sinistra. La banda ha una precisa volontà di ribellione violenta contro i valori economici, sociali e politici dell’Italia di fine anni ’60.

Lo scopo è quello di introdurre la guerriglia urbana nelle dinamiche della vita politica, tramite esplosioni e sabotaggi, per ottenere pubblicità e sostegno popolare.

Gli esponenti vengono chiamati dagli organi di stampa “i tupamaros della Val Bisagno”.

L’appellativo rinvia all’organizzazione di guerriglia urbana di ispirazione comunista attiva in Uruguay tra gli anni sessanta e gli anni settanta, mentre la Val Bisagno è una delle principali valli del Genovesato.

Fonte d’ispirazione in ambito operativo è il rivoluzionario brasiliano Carlos Marighella, autore del Piccolo Manuale del guerrigliero urbano.

Mario Rossi, leader indiscusso, proviene dal ceto proletario, come quasi tutti gli altri membri.

Mario Rossi, leader della banda XXII Ottobre

Dal sequestro Gadolla agli attentati terroristici

La parabola criminale della banda XXII Ottobre ha un inizio e una fine precisa: il rapimento di Sergio Gadolla e l’assassinio di Alessandro Floris. Entrambe le azioni sono dirette al sostentamento economico del gruppo.

Il sequestro del giovane miliardario ha l’unico scopo di arricchire le casse della compagine associativa all’inizio della sua esistenza, obiettivo che un’azione individuale non avrebbe garantito.

La scarsa organizzazione del gruppo terroristico si riscontra da alcune grossolane sviste, come le numerose impronte digitali trovate nell’auto usata per rapire Sergio Gadolla. All’interno della stessa vettura, abbandonata dai sequestratori il 5 ottobre 1970, sono stati trovati gli indumenti di alcuni militanti nel bagagliaio.

Nella primavera del 1970, la banda XXII Ottobre colpisce due istituzioni politiche: il 24 aprile attacca la sede del Partito Socialista Unitario (PSU) in via Teano, mentre l’8 maggio attenta alla sede del Consolato USA in Piazza Portello. Entrambe le azioni si concludono senza successo.

Rossi e gli altri membri manifestano, con violenza, il proprio dissenso nei confronti degli esponenti del capitalismo filo-americano.

Il rapimento di Sergio Gadolla ha anche lo scopo di finanziare l’acquisto di materiale esplosivo. Nel febbraio 1971, a Genova, avvengono diversi attacchi dinamitardi, tutti a opera della banda XXII Ottobre.

Il 6 febbraio 1971 un incendio divampa al deposito dell’azienda Ignis di Sestri Ponente. L’azione viene rivendicata in una trasmissione televisiva. Il gruppo terroristico accusa l’imprenditore Donghi, proprietario dell’impresa, di arricchirsi alle spalle dei suoi operai.

Il 18 febbraio dello stesso anno, è la raffineria petrolifera di Arquata Scrivia, a prendere fuoco. Il proprietario, Edoardo Garrone, etichettato anch’egli come “avvelenatore dei proletari”.

In questa iniziativa, i militanti della banda XXII Ottobre hanno usato il tritolo per provocare l’esplosione e il conseguente incendio

L’attentato ha causato un duro colpo economico e politico alla famiglia Garrone.

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La banda XXII Ottobre e l’omicidio di Alessandro Floris

La banda XXII Ottobre organizza una rapina per autofinanziarsi ai danni dell’Istituto Autonomo Case Popolari (IACP), grazie alle informazioni del militante Daniele Battaglia, che lavora nello stesso Istituto come fattorino.

Il 26 marzo 1971 due membri della banda attuano il piano.

Alessandro Floris, fattorino dell’IACP, come ogni mese accompagna il suo capufficio a prendere gli stipendi dei dipendenti in una filiale della Cassa di Risparmio in via Malta.

Floris e il capufficio escono dalla banca con poco più di 16 milioni di lire in una borsa.

All’improvviso, il capufficio viene gettato a terra e derubato della borsa da un rapinatore. Floris lo aiuta ad alzarsi e si lancia all’inseguimento dei malavitosi.

I banditi cercano di fuggire a bordo di una Lambretta, alla quale Floris riesce ad aggrapparsi.

Mario Rossi, leader della banda XXII Ottobre, è seduto dietro sulla Lambretta. Si volta e spara due colpi di pistola nel tentativo di allontanare l’impiegato.

Alessandro Floris viene colpito e cade a terra mentre la Lambretta corre verso via XX Settembre.

All’inseguimento dei rapinatori si lanciano due persone a bordo di una Porsche.

I banditi si separano e uno dei due, Mario Rossi, viene bloccato e arrestato da un agente di polizia in via dell’Arcivescovado.

Alessandro Floris giace a terra senza vita.

Proprio nei secondi in cui si sta consumando la tragedia, Ilio Galletta, un fotoamatore, dalla finestra della propria abitazione immortala gli ultimi istanti di vita di Alessandro Floris.

Il ragazzo è aggrappato alla Lambretta e tende il braccio per afferrare il borsone. Mario Rossi si volta e spara il colpo fatale per il giovane impiegato.

La banda XXII Ottobre cessa la propria attività lo stesso 26 marzo 1971, in seguito all’arresto del loro leader.

La madre di Sergio Gadolla sul rapimento di Milena: “È una cosa atroce, tremenda”

Nello stesso anno, il rapimento di Milena Sutter ha sconvolto tutta Genova. In particolare Rosa Gadolla, che ha vissuto nell’autunno del 1970 il sequestro del figlio da parte della banda XXII Ottobre.

La ricca vedova ha appreso di quanto è accaduto a Milena dal notiziario radiofonico delle ore 13.

“Mi si è raggelato il sangue. Ho rivissuto le ansie, la costernazione e i timori di quando rapirono mio figlio“, dichiara la signora Gadolla al Secolo XIX, quotidiano di Genova.

La signora Gadolla si è recata al lavoro nel suo studio di via di Brera 2 per trovare una fuga di distrazione: “Io sola posso concepire il travaglio, il dramma che attanaglia la mamma della ragazza”.

“Forse lei soffre più di me. A me avevano rapito un ragazzo; a lei una ragazza, che forse è peggio”, ha aggiunto la vedova Gadolla.

Durante l’intervista, la madre di Sergio Gadolla viene interrotta dal telefono. È la figlia Gabriella.

“Dove sei stata oggi?”, le chiede preoccupata. “Se esci fatti accompagnare, non voglio che vai fuori da sola”.

La notizia che a Genova si rapiscano ancora dei ragazzi ha messo in uno stato di prostrazione la signora Gadolla. Che afferma: “È una cosa atroce, tremenda. Perché al mondo vi è tanta gente così cattiva?”.

Titolo dell’intervista a Rosa Gadolla del Secolo XIX, 8 maggio 1971

ll questore Ribizzi sul Caso Sutter: “Pagheranno il loro debito con la giustizia”

Il questore di Genova, Giuseppe Ribizzi, è rimasto sorpreso dal rapimento di Milena Sutter, come tutti gli organi di polizia.

Il successo del caso Gadolla lasciava sperare che determinati crimini non si ripetessero.

Il sequestro di persona sembrava un’azione criminale tipica della Calabria e della Sardegna. Per questo motivo le indagini della polizia durante il caso Gadolla si erano concentrate su alcuni pastori sardi, presenti nelle campagne fuori città.

“È sconcertante”, afferma il questore al Secolo XIX, “che neppure le donne, come da tradizione, vengano rispettate“.

“L’identificazione degli autori del sequestro di Sergio Gadolla e l’arresto di alcuni di essi lasciavano bene sperare che tale grave episodio, nuovo per la civile Genova, rimanesse isolato”, aggiunge il dottor Ribizzi.

Il questore di Genova nutre comunque fiducia nel pentimento dell’autore di questa criminosa azione, per restituire Milena Sutter ai genitori che sono in ansia per la scomparsa della figlia.

Le forze di polizia, che hanno dato prove palesi della loro preparazione e capacità”, conclude il questore Ribizzi, “anche questa volta prevarranno e costringeranno i colpevoli a pagare il loro debito con la giustizia“.

Andrea Brando

Foto di copertina: thanks to Alejo Reinoso (Unsplash)

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